Piantedosi: a settembre un nuovo decreto per garantire più sicurezza, con rimpatri più veloci per i soggetti pericolosi

Lampedusa polizia

Intervista del ministro Piantedosi al quotidiano Libero di Fausto Carioti

Si aspetta di più dalla Tunisia? A luglio il presidente Kais Saied ha firmato un memorandum d’intesa con la Ue, mediato da Giorgia Meloni. L’intesa dovrebbe servire anche a fare il «blocco navale» sulle coste tunisine, ma al momento nulla lì pare cambiato: barchini e barconi continuano a partire.

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Il governo ha intensificato i rapporti di collaborazione con la Tunisia. Io stesso sono stato più volte a Tunisi, dove ho incontrato il presidente Saied. L’obiettivo è fornire un contributo a quel Paese, in termini di supporto logistico e di formazione delle Forze di polizia, per potenziare la loro capacità operativa di controllo delle frontiere terrestri e marittime. Le autorità tunisine stanno già svolgendo un’attività intensa per fermare le partenze illegali: dall’inizio dell’anno hanno bloccato oltre 40.000 migranti, impedendo così altre pericolose traversate organizzate dai trafficanti di esseri umani».

Ma è evidente che non può bastare.

«No. Sono risultati incoraggianti, ma non ancora soddisfacenti. È certamente necessario fare di più, anche per contenere strutturalmente questo fenomeno. Bisogna incidere al più presto sulle dinamiche economiche e sociali che lo stanno alimentando, ma anche sulla capacità della Tunisia di controllare meglio le partenze dalle proprie coste».

I suoi uffici stanno lavorando al nuovo “decreto Sicurezza” che verrà varato nelle prossime settimane. Cosa ci sarà in quel provvedimento?

«Insieme ai colleghi degli altri ministeri stiamo definendo un pacchetto di misure per garantire maggiore sicurezza e legalità nelle nostre città. Una direttrice lungo la quale il Viminale si sta muovendo da tempo, come dimostrano anche le “operazioni ad alto impatto” avviate da gennaio presso le principali stazioni ferroviarie delle città metropolitane e il rafforzamento delle azioni su tutto il territorio nazionale per la liberazione degli immobili occupati abusivamente. Nel decreto intendiamo introdurre regole più severe per chi aggredisce le forze dell’ordine e misure contro la malamovida e le baby gang. Un’altra priorità è rappresentata dall’aumento delle risorse e degli organici delle Forze di polizia, proseguendo lo sforzo già messo in atto nella manovra di bilancio».

Quanto all’immigrazione?

«Nel decreto proporremo misure per facilitare il rimpatrio dei migranti irregolari che si sono distinti per condotte violente o pericolose e continueremo nell’azione intrapresa per realizzare altri Cpr, i Centri di permanenza per i rimpatri, e per ripristinare la piena funzionalità di quelli attuali. Parallelamente, sempre per agevolare i rimpatri, abbiamo iniziato a realizzare le strutture per l’identificazione degli sbarcati, necessarie per attivare le nuove procedure accelerate previste dal decreto legge approvato a Cutro: la prima, a Pozzallo, sarà operativa dal primo settembre».

L’aumento dei Cpr è necessario per rimpatriare chi non ha diritto a restare in Italia, ma vede contrari molti sindaci e governatori. A che punto siete?

«Ho dato mandato ai prefetti di individuare al più presto almeno una struttura per regione. I Cpr sono importanti ed anche l’Europa ci chiede di realizzarne. È singolare che da più parti si chieda di incrementare le espulsioni di coloro che sono irregolari e delinquono e poi, però, si faccia resistenza ad ospitare sui propri territori tali strutture».

La “legge Zampa” del 2017 assegna ai Comuni il compito di accogliere gli immigrati minorenni non accompagnati. II decreto Sicurezza servirà anche a cambiarla?

«I risultati di quella legge sono sotto gli occhi di tutti. Troppi giungono in Italia dichiarando un’età inferiore per avvantaggiarsi delle tutele previste per i minorenni. Anche per questo i numeri dei minori stranieri non accompagnati che giungono sul nostro territorio, o che almeno si dichiarano tali, sono cresciuti a dismisura. La pressione insostenibile esercitata sul sistema dell’accoglienza ha sollecitato una riflessione sull’applicazione della legge».

Quindi come la cambierete?

«Il sistema attuale rende articolato, lungo e complesso accertare la reale età dei migranti. Noi non vogliamo in alcun modo ridurre le tutele, ma occorre sicuramente velocizzare le procedure, renderle più rapide e precise, per non disperdere le ingenti risorse destinate ai minori e poterle così concentrare su chi davvero ne ha diritto. E tengo a dire che questa è un’esigenza fortemente avvertita da tutti i sindaci ed amministratori locali, di qualsiasi orientamento politico. Ma la soluzione non può essere attribuire ad altri gli oneri di tutela legale dei sedicenti minori, come qualcuno vorrebbe fare».

Cosa risponde allora agli amministratori locali, molti dei quali di sinistra, che non vogliono più accogliere i migranti spediti lì da Roma?

«Mi faccia fare una premessa: ciò che contraddistingue questo governo è che noi, pur con le difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti, lavoreremo sempre per ridurre, se non azzerare, gli arrivi gestiti dai trafficanti. Chi si oppone a noi, al contrario, spesso teorizza la necessità di favorire chiunque voglia arrivare, anche al di fuori di flussi controllati e regolari, salvo poi lamentarsi per la distribuzione territoriale».

Premessa registrata. Ciò detto?

«Ciò detto, il Viminale sta gestendo una più capillare distribuzione degli arrivi sui territori per operare un giusto bilanciamento tra le regioni e limitare l’impatto sulle comunità locali. La passata esperienza delle grandi concentrazioni ha dato pessimi risultati e va evitata. Io stesso, da capo di gabinetto dell’allora ministro Salvini, me ne occupai e realizzammo la chiusura di grandi centri come quelli di Mineo o Cona».

State rivalutando il sistema di “accoglienza diffusa” per il quale spinge la sinistra?

«No, stiamo facendo una cosa diversa. La pratica della cosiddetta “accoglienza diffusa” deve riguardare solo le persone che hanno una concreta prospettiva di permanenza ed integrazione sul territorio nazionale: situazione nella quale, come detto, ad oggi si trova meno del 10% di chi arriva. Nel nostro caso si tratta solo di evitare che la prima accoglienza si concentri su alcune località, con tutto quello che ne può conseguire. Pensi a cosa succederebbe se, ad esempio, li lasciassimo tutti nelle sole località di primo ingresso».

Ragionamento che difficilmente farà cambiare idea a governatori e sindaci che si oppongono.

«E’ singolare che l’attuale aumento degli sbarchi abbia portato ad un’alzata di scudi da parte di alcuni che solo ora sembrano prendere consapevolezza di una situazione molto complessa. Il governo aveva dichiarato lo stato di emergenza quando alcuni governatori tendevano ancora a negare la gravità del fenomeno, e in questo modo hanno privato i loro territori della possibilità di gestirlo con gli strumenti già utilizzati con successo in casi analoghi, ad esempio per la gestione dei profughi ucraini.

E ho già segnalato l’incoerenza di chi sventola la bandiera ideologica dei porti aperti e degli arrivi indiscriminati, trascurando le difficoltà che prefetti e sindaci devono poi affrontare per offrire a chi giunge in Italia una sistemazione dignitosa, anche solo di prima accoglienza».

Volete portare più immigrati nei territori governati dalla sinistra?

«Non abbiamo nessuna volontà di penalizzare alcune regioni rispetto ad altre in base al colore politico della giunta. Noi saremo sempre vicini a tutti i sindaci ed alle esigenze dei loro territori, sotto qualsiasi latitudine geografica o politica. Faccio parlare i numeri: oggi Sicilia e Calabria ospitano oltre il 30% dei minori stranieri non accompagnati, mentre Emilia Romagna e Toscana insieme ne accolgono 12%. Da inizio anno in Sicilia sono sbarcati oltre 90mila migranti, in Toscana ed Emilia Romagna a bordo di navi delle Ong ne sono giunti, rispettivamente, 1.158 e 153».

Vi accusano anche di non avere un «piano comprensibile» per fronteggiare l’emergenza.

«Chi dice certe cose spesso non sa di cosa parla. Gli rispondo che, da quando abbiamo dichiarato lo stato di emergenza, abbiamo esteso la rete nazionale dell’accoglienza straordinaria del 10% dei posti e, dall’inizio dell’anno, abbiamo gestito il trasferimento da Lampedusa di circa 700 persone al giorno».

Le navi delle Ong Sea Watch, Open Arms e Sea-Eye sono state multate e sottoposte a fermo per avere effettuato salvataggi multipli. Avete dichiarato guerra alle Ong, come dicono a sinistra?

«Con la regolamentazione dell’azione delle navi private non si è inteso in alcun modo vietare i soccorsi in mare, ma solo disciplinare un’attività delicata. Anche le navi delle Ong, in uno scenario così complesso, non possono muoversi autonomamente, ma devono rispettare la doverosa attività di coordinamento realizzata dalle autorità nazionali, come stabilito dall’ordinamento internazionale».

Eppure certe volte la Guardia costiera ha chiesto alle Ong di fare più salvataggi. Non è una contraddizione?

«No. Il soccorso in mare rimane in capo allo Stato e il fatto che in alcune circostanze la Guardia costiera chieda supporto alle Ong è la dimostrazione che nessuno ha atteggiamenti pregiudiziali nei loro confronti. I numeri poi confermano come questo non abbia significato in alcun modo assegnare agli assetti privati un ruolo di supplenza: su 76.683 persone recuperate in mare, solo 4.769 sono state imbarcate dalle Ong. Spiace, piuttosto, registrare talvolta un atteggiamento di pregiudizio da parte loro: in una recente occasione in cui una loro nave è incorsa nella violazione delle regole, i responsabili hanno affermato pubblicamente di aver disatteso una disposizione del Centro di coordinamento nazionale, sostanzialmente perché non si erano fidati delle indicazioni impartite. Credo che la cosa si commenti da sé».

È stata anche l’estate degli stupri di gruppo, commessi spesso da minori italiani, e delle baby gang. Come intendete contrastare questi fenomeni?

«Abbiamo assistito a fatti gravissimi. Tremende aggressioni, spesso caratterizzate da perverse dinamiche di gruppo, hanno colpito in particolare giovani donne. Un fenomeno che registra dati sempre più preoccupanti e per contrastare il quale il governo è disposto a fare ogni sforzo. A giugno abbiamo approvato un disegno di legge per il contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica, ora in discussione in parlamento. Un provvedimento che può costituire un deciso cambio di passo in quella che rappresenta una vera e propria battaglia di civiltà. E sebbene le norme in materia di prevenzione e repressione penale rimangano fondamentali, va affrontato pure il tema, più ampio, che coinvolge i sistemi educativi e formativi. Siamo davanti a un fenomeno sociale che va combattuto anche con adeguati progetti culturali, sradicando le ignobili convinzioni di chi vede nella donna solo un oggetto da possedere».

Intanto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, le ha scritto chiedendo almeno duecento agenti in più nel capoluogo toscano. Richieste simili arrivano da altri sindaci. Cosa risponde?

«Ho conoscenza diretta delle istanze che giungono da tanti primi cittadini, che ho incontrato più volte in questi mesi. Le condivido e ho garantito la massima attenzione del Viminale. Intanto il governo Meloni ha finalmente invertito il trend che in questi anni ha visto in costante diminuzione gli organici delle Forze di polizia: oggi, dopo molto tempo, le nuove assunzioni superano il numero di coloro che lasciano il servizio per limiti d’età. C’è già stato un aumento significativo della presenza di agenti sul territorio, per rafforzare i servizi di controllo e portare avanti iniziative specifiche come l’istituzione o riattivazione di posti di polizia nei principali ospedali del Paese. Questo sta avvenendo anche per Firenze e le altre città, con numeri che entro l’anno non saranno lontani dalle richieste del sindaco Nardella e degli altri amministratori».

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