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“Ho perso fiducia nella giustizia”, l’amara delusione dell’aspirante finanziere

“Ho perso fiducia nella giustizia”, l’amara delusione dell’aspirante finanziere

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Il caso degli aspiranti allievi della Guardia di Finanza, esclusi dopo aver sostenuto tutte le prove di concorso, per via di una norma disapplicata in passato. Uno di loro: “Ho il diritto di indossare l’uniforme”

Ad un passo dall’agguantare il suo sogno, quello di vestire i colori della Guardia di Finanza, Matteo ha dovuto fare i conti con un’amara sorpresa. Matteo è il nome del santo patrono delle Fiamme Gialle. È un nome di fantasia, ed è l’unico elemento fantastico di questo racconto. Il resto è tutto lì, nero su bianco, impilato nelle carte di un caso giudiziario che ha coinvolto un centinaio di aspiranti allievi finanzieri. Ma andiamo con ordine.

Nel 2021 il nostro aspirante si iscrive al concorso per entrare nella Guardia di Finanza. Ci aveva già provato l’anno precedente, mancando l’obiettivo per un soffio. I posti in palio sono 1.409. È un terno al lotto che ti può cambiare la vita.

Non è una passeggiata: ci sono le prove di cultura generale e di efficienza fisica, le idoneità psico-fisiche e attitudinali e così via. Matteo, militare di professione, si divide tra studio e lavoro con la marzialità del soldato. Un anno di preparazione e otto mesi intensissimi di concorso.

Alla fine ottiene ottimi punteggi in tutti i campi. Stavolta è sicuro d’entrare, la matematica d’altronde non è un’opinione. Poi a marzo 2022 la doccia gelata, recapitata via Pec dal Comando Generale: “Gli aspiranti allievi finanzieri riportati nell’allegato (…) sono esclusi dalla procedura reclutativa”. Esclusi a una manciata di giorni dalla pubblicazione della graduatoria finale.

Esclusi per “l’insussistenza del requisito anagrafico”.

Il bando di concorso, sul punto, era abbastanza chiaro: il limite d’età è fissato non oltre il compimento del ventiseiesimo anno d’età, con possibilità di elevazione “non superiore a tre anni per coloro che, alla data del 6 luglio 2017, svolgevano o avevano svolto servizio militare volontario, di leva o di leva prolungato”.

In parole spicciole: se hai fatto o stavi facendo la naja prima o durante il 6 luglio 2017 puoi contare su un bonus di tre anni.

Non è il caso di Matteo né del centinaio di colleghi “falciati” a pochi metri dal traguardo. Obietterà chi legge: e allora dove sta l’inghippo? Cosa hanno a pretendere gli esclusi? Semplicemente parità di trattamento.

La regola in questione, infatti, in passato è stata disapplicata, prova ne è che Matteo e gli altri avevano già tentato l’impresa e, a parità di condizioni, non gli era stato eccepito alcunché.

Una circostanza bizzarra e controversa. Michela Scafetta, avvocato cassazionista che segue Matteo, ne fa una questione di coerenza rispetto al passato (quanti concorsisti di ieri, oggi nei ranghi della Fiamme Gialle, sarebbero andati incontro ad esclusione sicura se quella norma fosse stata applicata?) ma anche di “intempestività”.

“I concorrenti – chiarisce la cassazionista – avevano dichiarato al momento della domanda quali erano i loro requisiti di ammissione. Se l’amministrazione intendeva interpretare in modo restrittivo la norma sui limiti di età avrebbe potuto escluderli da subito. Mi chiedo allora perché non lo ha fatto? Cosa è successo in corso d’opera?”.

Si fa un gran parlare di certezza del diritto, eppure l’interpretazione delle norme che hanno assistito sin qui il reclutamento degli aspiranti finanzieri sembrerebbe avere un margine di incertezza che mal si combina con l’autorevolezza, la serietà e il prestigio di un’istituzione della caratura della Guardia di Finanza.”

La disparità di trattamento non è configurabile in capo ad un atto amministrativo (nel caso di specie il bando di concorso) che legittimamente neghi ad un soggetto un punteggio-requisito che era stato erroneamente accordato ad altri”. È la linea difensiva delle Fiamme Gialle.

“Se hanno escluso noi – protesta Matteo, facendosi portavoce del sentiment dei colleghi – allora dovrebbero ripescare tutti quelli che sono stati assunti in passato e buttarli fuori. Noi abbiamo il loro stesso diritto di indossare l’uniforme, ce lo siamo sudato goccia per goccia”.

Il senso di ingiustizia è tanto. Soprattutto dopo che il Tar, prima, e il Consiglio di Stato, poi, hanno rigettato il ricorso degli esclusi. “Non ho perso fiducia nelle istituzioni, ma nella giustizia sì.

Quel lavoro – chiosa amareggiato Matteo – rappresentava un ideale, non si trattava di uno stipendio e basta, una persona non fa il militare: è un militare”.

fonte:www.ilgiornale.it

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