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Poliziotti uccisi a Trieste, giudici: “Meran è folle. Difficile accettare l’assoluzione, ma è la legge”

Poliziotti uccisi questura Trieste
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“Un’immane, assurda tragedia. Consumatasi tutta nel giro di circa quattro minuti, dalle ore 16.53.41 alle ore 16.57.32 del 4 ottobre 2019.

Sono bastati i primi ventisette secondi a Stephan Meran per uccidere gli agenti della Polizia di Stato Pierluigi Rotta e Matteo Demenego e il restante tempo, nel tentativo di darsi alla fuga, per sparare all’indirizzo di altro personale della questura di Trieste e ferire un l’assistente capo Cristiano Resmini, prima di essere colpito anch’egli e sottoposto a fermo”.

E’ la premessa, sintetica e brutale, delle motivazioni – in possesso dell’Adnkronos – della corte d’Assise di Trieste che ha assolto perché “non imputabile” il 32enne di origine domenicana e ha ordinato il ricovero in una Rems “per la durata minima di trent’anni”.

Una vicenda “all’apparenza inconcepibile”, eppure “scientificamente spiegata dai tecnici psichiatri; fatti all’evidenza di inaudita gravità che hanno gettato nello sconcerto un’intera comunità e letteralmente annichilito i familiari delle giovani vittime; fatti peraltro commessi da un folle non imputabile e quindi non punibile”.

L’esito processuale “è difficilmente accettabile forse dalla maggior parte dell’opinione pubblica ma la legge prevede questo in casi del genere: assoluzione dell’imputato ed applicazione di una misura di sicurezza atta ad assicurare cure al malato ed a neutralizzarne la pericolosità sociale (qui riconoscibile agevolmente e in misura estrema)”, spiegano i giudici che lo scorso 6 maggio hanno assolto Meran dall’accusa di duplice omicidio.

I fatti sono “pacifici ed incontestati”, provati dalle “plurime e convergenti fonti di prova”, come le testimonianze e le immagini del sistema di videosorveglianza della questura di Trieste, gli esami autoptici e balistici. Meran, accompagnato dal fratello, quel giorno si trovava in questura per rispondere del furto di uno scooter.

Spaventato e alterato chiese di andare in bagno, quindi riuscì a impossessarsi della pistola d’ordinanza di Rotta, 34enne originario di Pozzuoli, e gli sparò tre volte; poi fece fuoco quattro volte contro l’agente scelto Demenego, 31 anni originario di Velletri, intervenuto per soccorrere il collega.

Nelle motivazioni si ripercorre la storia medica dell’imputato, ma anche le diverse, e in parte contrastanti, consulenze di parte che hanno portato i giudici a chiedere una nuova perizia nel corso del dibattimento le cui conclusioni vengono condivise dalla corte: Meran soffre di schizofrenia, una condizione di “delirio persecutorio” aggravate dall’assenza di terapie, sebbene prescritte dopo il primo episodio della malattia registrato in Germania. Per i giudici “

Gli assurdi, tragici ed apparentemente inspiegabili eventi verificatisi il giorno 4 ottobre 2019 trovano spiegazione nelle condizioni psichiatriche del Meran, condizioni che erano al momento del fatto talmente gravi e pervasive da escluderne in toto l’imputabilità”.

Durante tutte le fasi dell’azione, “era immerso in una condizione di paura psicotica, di terrore, un’angoscia persecutoria, inevitabilmente inquadrabili nel delirio persecutorio”. Per i giudici “La scarsissima o nulla consapevolezza della malattia, la persistente presenza di sintomatologia psicotica, la non scemata aggressività e tendenza a rispondere con estrema rabbia a situazioni frustranti, la scarsa aderenza e la solo parziale risposta ai farmaci somministrati portano a ritenere elevatissimo il rischio di recidiva”.

Tutti gli specialisti intervenuti nel processo sono concordi sulla “sussistenza di un elevato grado di pericolosità sociale” del 32enne che non ha elaborato “alcun segno di rielaborazione critica della propria devastante condotta”.

“L’elevatissima pericolosità sociale rende inadeguate misure di sicurezza non detentive e quindi imprescindibile risulta l’applicazione di una misura di sicurezza di tipo detentivo, presso idonea residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza”, è la conclusione delle motivazioni.

Eppure dopo 90 giorni il trasferimento dal carcere di Verona a una Rems non si è ancora verificata (causa mancanza di posti): una detenzione ‘illegale’ su cui i difensori, gli avvocati Paolo e Alice Bevilacqua, sono pronti presto a dare ‘battaglia’.

Adnkronos

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